Dott. Claudio Ivan Brambilla

  

Il complesso T.O.R.C.H.

 

 

 

E’ un esame del sangue che permette di diagnosticare, nella madre, la presenza di anticorpi contro alcune infezioni.

Il termine TORCH è costituito dalle iniziali delle parole inglese “toxoplasmosis”, “others” (“altri”: epatite B e C, Aids e ogni altra infezione che può avere effetti sul neonato), “rubeola” (“rosolia”), “citomegalovirus”, “herpes”.

Sul prelievo di sangue si ricercano e dosano gli anticorpi che dimostrano, nella madre, un’infezione in atto che potrebbe provocare danni al bambino. In alcuni casi la presenza di anticorpi sta ad indicare l’immunità da una patologia infettiva e quindi l’assenza di pericoli per il fato.

La parola TORCH risale a una vecchia dizione del 1984, quando gli esami per le varie patologie venivano effettuati tutti insieme, con un unico prelievo. Oggi invece i test vengono prescritti separatamente, in diversi momenti della gravidanza, per essere eventualmente ripetuti.

Questo perché non tutte le infezioni sono pericolose nello stesso modo per il feto e il danno che possono provocare dipende in gran parte dalla fase gestazionale in cui la madre contrae la malattia.

 

Analizziamo nel dettaglio gli esami in questione:

 

·        TOXOPLASMOSI.

E’ un’infezione provocata da un parassita.

Se la donna risulta positiva prima dell’inizio della gravidanza, il dosaggio non va effettuato successivamente. Il risultato indica infatti  un’immunità e dunque l’impossibilità a contrarre di nuovo l’infezione.

Se invece la donna è negativa, l’esame va ripetuto tutti i mesi. Il danno potenziale per il feto consiste è più grave se la malattia viene contratta all’inizio della gravidanza e consiste soprattutto in lesioni cerebrali.

 

·        ROSOLIA

Se la donna non è stata vaccinata contro o non si è mai ammalata, l’esame si effettua entro il primo trimestre e, se negativo, non va ripetuto, dal momento che dopo tale data l’infezione non rappresenta più un grave pericolo per il bambino.

Nei paesi occidentali, il 5-20 per cento circa delle donne in età riproduttiva non è immunizzata. L’accertamento è fondamentale nel caso in cui si ammali un familiare convivente, dal momento che il tasso di contagio è pari al 100 per cento.

L’infezione può anche non presentare sintomi nel 25-30 per cento dei casi, ma questo non impedisce la trasmissione al feto della malattia. Il rischio di contagio è massimo (54-100 per cento) tra le 3a e la 6a settimana di gestazione, scende al 31-44 per cento tra la 13a e la 18a settimana. Dopo tale periodo il rischio è basso e le conseguenze per il bambino sono lievi o addirittura trascurabili. I danni più frequenti per il bambino sono lesioni agli occhi e al sistema nervoso, malformazioni cardiache.

 

·        CITOMEGALOVIRUS

E’ un virus della stessa famiglia degli Herpes. Il 50-80 per cento delle donne ha contatti con esso prima della gravidanza ed è perciò praticamente immune. Inoltre, il rischio che l’infezione venga trasmessa al feto è stato ridimensionato negli ultimi anni, ma se si verifica le possibili conseguenze restano gravi (ritardo mentale, sordità…).

 

·        EPATITE B – C, AIDS

Conoscere la positività della madre è importante al momento del parto, quando gli scambi di sangue tra madre e bambino possono determinare il passaggio del virus al piccolo. Nel caso dell’Aids, è possibile ridurre di circa due terzi il contagio con una profilassi a base di un farmaco antiretrovirale (nevirapina) da assumere durante il travaglio, per abbassare temporaneamente la carica virale (cioè la quantità di virus) nel sangue della donna e abbassare quindi il rischio del passaggio del virus.

 

·        HERPES GENITALE

L’opportunità di diagnosticare con un esame del sangue la sieropositività della madre va valutata di volta in volta. Il virus, infatti, può passare al bambino durante il parto, ma solo se la donna ha in atto una manifestazione sintomatica dell’infezione (con le caratteristiche vescicole). Il virus, infatti, può restare latente per anni senza provocare alcuni disturbo. Più che un esame del sangue, quindi, diventa importante una visita medica per controllare che sui genitali della donna non sia presente l’eruzione cutanea e, in tal caso, procedere con un taglio cesareo.

 

I test del complesso TORCH è consigliato in tutte le gravidanze, si effettua con un normale prelievo di sangue dal braccio, della durata di pochi minuti, che non provoca dolore né rischi per la donna o il feto, non è necessario riamanere a digiuno.

Il test diagnostica la presenza di anticorpi, prodotti dal sistema immunitario della madre in caso di contatto con il microrganismo che provoca una determinata malattia. Non diagnostica una malattia del feto, ma una condizione della madre che può essere, in alcuni casi, pericolosa per il bambino. Se l’esito è positivo, il medico valuterà se procedere con un’amniocentesi o a un’altra procedura equivalente (villocentesi o cordocentesi a seconda del periodo di gravidanza) per stabilire se l’infezione è passata al feto e se ha eventualmente provocato danni (che possono essere di entità molto diversa a seconda dell’età gestazionale).

 

La presenza di anticorpi non indica per forza un’infezione in atto; può anche voler dire che c’è stata in passato e che ha indotto un’immunità. Per questo i risultati devono essere sempre interpretati dal medico.

 

E’ un esame del sangue che  tutti gli ospedali e laboratori di analisi sono in grado di effettuare, passato dal SSN.

 

 

   

   

 

[ Data ultimo aggiornamento della pagina: 08-05-2004 ]