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Il complesso
T.O.R.C.H.
E’ un esame del sangue che
permette di diagnosticare, nella madre, la presenza di
anticorpi contro alcune infezioni.
Il termine TORCH è
costituito dalle iniziali delle parole inglese “toxoplasmosis”,
“others” (“altri”: epatite B e C, Aids e ogni altra
infezione che può avere effetti sul neonato), “rubeola”
(“rosolia”), “citomegalovirus”, “herpes”.
Sul prelievo di sangue si
ricercano e dosano gli anticorpi che dimostrano, nella
madre, un’infezione in atto che potrebbe provocare danni al
bambino. In alcuni casi la presenza di anticorpi sta ad
indicare l’immunità da una patologia infettiva e quindi
l’assenza di pericoli per il fato.
La parola TORCH risale a una
vecchia dizione del 1984, quando gli esami per le varie
patologie venivano effettuati tutti insieme, con un unico
prelievo. Oggi invece i test vengono prescritti
separatamente, in diversi momenti della gravidanza, per
essere eventualmente ripetuti.
Questo perché non tutte le
infezioni sono pericolose nello stesso modo per il feto e il
danno che possono provocare dipende in gran parte dalla fase
gestazionale in cui la madre contrae la malattia.
Analizziamo nel dettaglio
gli esami in questione:
·
TOXOPLASMOSI.
E’ un’infezione provocata da
un parassita.
Se la donna risulta positiva
prima dell’inizio della gravidanza, il dosaggio non va
effettuato successivamente. Il risultato indica infatti
un’immunità e dunque l’impossibilità a contrarre di nuovo
l’infezione.
Se invece la donna è
negativa, l’esame va ripetuto tutti i mesi. Il danno
potenziale per il feto consiste è più grave se la malattia
viene contratta all’inizio della gravidanza e consiste
soprattutto in lesioni cerebrali.
·
ROSOLIA
Se la donna non è stata
vaccinata contro o non si è mai ammalata, l’esame si
effettua entro il primo trimestre e, se negativo, non va
ripetuto, dal momento che dopo tale data l’infezione non
rappresenta più un grave pericolo per il bambino.
Nei paesi occidentali, il
5-20 per cento circa delle donne in età riproduttiva non è
immunizzata. L’accertamento è fondamentale nel caso in cui
si ammali un familiare convivente, dal momento che il tasso
di contagio è pari al 100 per cento.
L’infezione può anche non
presentare sintomi nel 25-30 per cento dei casi, ma questo
non impedisce la trasmissione al feto della malattia. Il
rischio di contagio è massimo (54-100 per cento) tra le 3a e
la 6a settimana di gestazione, scende al 31-44 per cento tra
la 13a e la 18a settimana. Dopo tale periodo il rischio è
basso e le conseguenze per il bambino sono lievi o
addirittura trascurabili. I danni più frequenti per il
bambino sono lesioni agli occhi e al sistema nervoso,
malformazioni cardiache.
·
CITOMEGALOVIRUS
E’ un virus della stessa
famiglia degli Herpes. Il 50-80 per cento delle donne ha
contatti con esso prima della gravidanza ed è perciò
praticamente immune. Inoltre, il rischio che l’infezione
venga trasmessa al feto è stato ridimensionato negli ultimi
anni, ma se si verifica le possibili conseguenze restano
gravi (ritardo mentale, sordità…).
·
EPATITE B –
C, AIDS
Conoscere la positività
della madre è importante al momento del parto, quando gli
scambi di sangue tra madre e bambino possono determinare il
passaggio del virus al piccolo. Nel caso dell’Aids, è
possibile ridurre di circa due terzi il contagio con una
profilassi a base di un farmaco antiretrovirale (nevirapina)
da assumere durante il travaglio, per abbassare
temporaneamente la carica virale (cioè la quantità di virus)
nel sangue della donna e abbassare quindi il rischio del
passaggio del virus.
·
HERPES
GENITALE
L’opportunità di
diagnosticare con un esame del sangue la sieropositività
della madre va valutata di volta in volta. Il virus,
infatti, può passare al bambino durante il parto, ma solo se
la donna ha in atto una manifestazione sintomatica
dell’infezione (con le caratteristiche vescicole). Il virus,
infatti, può restare latente per anni senza provocare alcuni
disturbo. Più che un esame del sangue, quindi, diventa
importante una visita medica per controllare che sui
genitali della donna non sia presente l’eruzione cutanea e,
in tal caso, procedere con un taglio cesareo.
I test del complesso TORCH è
consigliato in tutte le gravidanze, si effettua con un
normale prelievo di sangue dal braccio, della durata di
pochi minuti, che non provoca dolore né rischi per la donna
o il feto, non è necessario riamanere a digiuno.
Il test diagnostica la presenza di anticorpi, prodotti dal
sistema immunitario della madre in caso di contatto con il
microrganismo che provoca una determinata malattia. Non
diagnostica una malattia del
feto, ma una condizione della madre che può essere, in
alcuni casi, pericolosa per il bambino. Se l’esito è
positivo, il medico valuterà se procedere con un’amniocentesi
o a un’altra procedura equivalente (villocentesi o
cordocentesi a seconda del periodo di gravidanza) per
stabilire se l’infezione è passata al feto e se ha
eventualmente provocato danni (che possono essere di entità
molto diversa a seconda dell’età gestazionale).
La presenza di anticorpi non
indica per forza un’infezione in atto; può anche voler dire
che c’è stata in passato e che ha indotto un’immunità. Per
questo i risultati devono essere sempre interpretati dal
medico.
E’ un esame del sangue che
tutti gli ospedali e laboratori di analisi sono in grado di
effettuare, passato dal SSN.
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